Mettete da parte ogni razionalità illuministica, la poesia deve essere letta con il cuore a voce alta. Dovrete scandagliare le regioni remote dell’universo per accedere al cuore di Quasar. Questa è la mia poesia che non sarà sempre immediata, abbandonatevi, scegliete di percorrere i segreti sentieri, lasciando al tempo delle stelle di concedervi l’ingresso.


I quasar sono tra gli oggetti celesti più misteriosi e affascinanti conosciuti. Si tratta di galassie lontanissime, che emettono un’enorme quantità di energia dalla regione nucleare. Quasar è anche la mia  nuova raccolta di manoscritti e rappresenta un viaggio interstellare: ogni poesia è una stella indipendente del firmamento rappresentato dal Signore dell’Universo. Noi Astronave di contatto, un po’ sogno e magia, il tramite per ogni emozione, che qui cambia la sua forma diventando pura energia, che fluisce nell’universo unito da vie che portano all’emozione cinetica. Solo questo! Nada mas!

Infatti non troverete date, titoli, al limite pioggia di meteoriti, agglomerati di polvere e sfridi riconducibili all’ultimo recupero di poesia a strati, effettuato sul pianeta prima della contaminazione. L’origine dei quasar è una conseguenza di uno scontro tra galassie. Un viaggio che alcuni di Voi hanno già iniziato vivendo il mio romanzo “Lanterna ossidiana”.


I

Dammi la forza di salvare la mia nave astrale
dal timore del vuoto assoluto
ieri ho segnato già la mia rotta
su pianeti destinati alla collisione
nei desideri calpestati mi ostino
ivi cercando clandestine gioie senza densità
assorbite dal Cosmo
in questa visione del fragile
senza essere adiacenti
l’amore crescendo
è un residuo d’emozione altresì proibito
perverso s’insinua come ameba che spesso nascondo
nelle intelligenze artificiali

II

Evaporata la voglia di sognare
ho mutilato i deserti d’agave
incidendovi il verbo transitorio
nulla è eterno pare sussurrarmi
la vita esaltando malinconici
echi di ultrasuono nei graffi di lei
come un assolo di sax distopico
che attrae l’individuo pensante
nel ventre gelido e oceanico

ma amavo i culmini che tremano
balzi durante le fughe dalle masche
e ho abbandonato enigmi che mi
assediavano di respiri saturi
e amaro desiderio di rivalsa


Riceviamo segnali sconosciuti dal cosmo; lampi di onde radio ci arrivano dalla Costellazione di Auriga. Dobbiamo scandagliare con attenzione per comprendere cosa ci comunicò l’universo, con segnali in partenza prima che nei mari terrestri avevano appena cominciato a sguazzare i primi trilobiti e ci sarebbero voluti altri duecento milioni di anni perché i primi rettili conquistassero la terraferma. Mi soffermo sul tempo e rifletto: l’urlo per terminare tutte le guerre deve essere unanime.


III

Invano si spengono gli incendi
della fortezza assediata
su giacigli improvvisati vecchi nei sottoscala
finiscono il cibo senz’acqua si ammalano
non usciranno mai più da sottoterra
in superficie i missili hanno fatto scempio della vita
sventrato ogni casa annerito le coscienze
bruciato ogni frontiera
dove non si può scorgere il sole dell’avvenire
il verde radioso nel vento
l’essenza opaca delle bombe al fosforo prevale
un nuovo crepuscolo degli idoli per un’alba inattesa
vincono le armi sui bambini
rimbomba l’oscura Signora tra i soldati
la vittoria del demonio immane
mentre il pianeta soffre l’odio del suo uomo

IV

Quando la tempesta si accanisce
così resterà di noi un levarsi d’ali
qualcosa che somiglia ad un’erezione
carezza di vento
un suono che dissolve nel mutare
qui sono

come notti di labbra strappate
su questi versi ghepardi
che artigliano le membra

così esci quando piove
come al sole il rame

ascoltando nonna nelle preghiere
mentre prepara focaccette sale
al cielo sorridendo

 

V

Ognuno recita in una camera
con vista sulla sua vita
lo sappiamo forse siamo
una divinità del rimorso
che indugia sospesa nel baratro
è come se fossimo già passati da lì
e vorremmo bruciare
per una manciata di sogni da sprecare
sì d’ogni naufragio esperti
amanti ostinati figli delle tempeste
ci affanniamo tra le cosce di un mondo
che spesso ripudiamo senza speranza di rivedere l’alba

 

VI

Ricordo là dove è nato il mio essere
alla fonte né fortuna né destino
solo io e Dio nel personale universo
poi foglia su foglia di città in città
mari d’ali e profondità
spiagge d’amore e posidonia che degrada fino al buio

Sempre ad inseguire come gabbiani nel vento
lo stormo
investito d’ozono e lacrime di grecale
nei diagrammi di speranza
allontanando il lato tagliente della falce
fino a ricominciare Dio piacendo
nella frenesia di spender l’amore

 

VII

Aspettando un segnale
ho cancellato i visi
non potendo contare i
perpendicolari giorni

e potesse finalmente
giungere un asteroide
dissolvermi particella
senza futuro in tristi

intervalli di nulla a
dissipare l’anima mia
sparato nel gorgo vacuo
da un cannone del circo

quando vola in carovana

 


p.s.

    1. Tutti i miei versi sono scritti a mano e poi riportati in digitale.
    2. Le poesie sono scritte senza l’ausilio di intelligenza artificiale.
    3. Le fotografie sono state scattate da me presso il Museo della bambola – Rocca d’Angera

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